Primo maggio “Babbo, che festa è?” “Oggi è la festa del lavoro che ho cominciato presto a conoscere, praticamente ero un bambino”. Non ho avuto la possibilità di scegliere, mi sono dovuto adattare a quel lavoro che mi dava più soldi in fondo al mese. Spero che quando sarai grande tu possa, invece, fare un lavoro che ti piace. Il mio non mi è mai piaciuto. Non mi sono mai sentito a mio agio sotto gli ordini di qualcuno e mi sentivo tanto come una macchina che deve stare dietro alle lancette dell’orologio: un pulsante mi accende e l’altro mi spegne. Ho incominciato a lavorare a quindici anni per la mia famiglia. A scuola non ero una cima e non per la mancanza di attitudine verso lo studio ma per la mancanza d’interesse dovuta a un insieme di situazioni familiari e al costume di quel tempo quando in Italia si correva per raggiungere quella benedetta industrializzazione che in America era esplosa da quel dì. Ricordo la sera all’ora di cena alla televisione facevano vedere una rubrica dedicata al mondo dell’industria. Il suo slogan era: “Vedrai com’è bello lavorare con piacere in una fabbrica di sogni, tutta luce e libertà”. Andai a lavorare in fabbrica e non trovai mai quel che si diceva in quelle parole, semmai il contrario. Dentro quella fabbrica mi sono sempre sentito rinchiuso, legato a doppia mandata a una macchina del tempo mentre quella catena che girava mi dava un senso di schiavitù. Per sei anni ho lavorato nelle fabbriche dell’industrializzazione, come uno sfruttato senza neanche il rispetto delle leggi sulla sicurezza. Imbavagliato da quel mondo sono rimasto per anni, cercando di capire e di sopravvivere. Alla fine cambiai lavoro. E arrivai all’inceneritore, dove sono tutt’ora. Lì sono cresciuto professionalmente, ma il mio carattere un po’ ribelle stenta ancora oggi a rassegnarsi agli ordini impartiti. Eppure io devo rispondere sempre sì. Sono stato anche sindacalista e non riesco a capire il sindacato perché è troppo legato a quel sistema industriale e prefabbricato che ho sempre odiato. Un mondo fatto di signorsì che non mi sentirò mai di condividere. Ora dovrò essere comandato anche dal computer, quella macchina inventata dall’uomo per fare più soldi e andare più in fretta. E così signorsì lo dovrò dire anche a lui.
Signorsì
Ero piccino,
e dicevo sempre così,
ma non signorsì.
Anche tu non lo devi mai dire,
devi andar lì:
non fare questo!
fai quello!
non guardare!
guarda!
vai lì!
vai là!
Allora signorsì,
Quando ti toglierai di lì ?
Non te lo vorrei dire,
ma ti odio signorsì.
Il Meghe